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Jul 4

L’isola di Giorgio - L’intervista a Faletti #Riders53

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Come scrittore ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ma solo dopo aver assaporato il successo come comico, attore e cantautore. Giorgio Faletti è l’incarnazione dell’arte che cambia con l’artista e trova nuove forme d’espressione. L’unica cosa rimasta immutata è il suo sentirsi uomo di provincia. Lui che è cresciuto nella campagna piemontese di Asti, è passato per Milano, e poi è tornato a fare vita da isolano all’Elba, in Toscana.

Sei cresciuto ad Asti, che infanzia hai avuto? «Serena e felice. Sono cresciuto come un selvaggio. Abitavo in una periferia di una città di provincia del primo Dopoguerra, vissuta quando era ancora tutta campagna e avevo a disposizione un patrimonio naturale come un torrente, una cascata o il ponte di una ferrovia».

Dopo l’università ti sei trasferito a Milano. «Nel 77, lavoravo al Teatro Derby come comico».
Com’è stato l’impatto con la grande città? «Parecchio emozionante anche perché, contestualmente, stavo lavorando per realizzare il sogno di diventare attore. Mi ha dato molta effervescenza, esaltazione, ma anche timore perché per me era un ambiente totalmente sconosciuto. Mi sono dovuto misurare con quelli che erano i miei difetti e i miei pregi di provinciale messi a confronto con una città molto diversa».

Quali erano le differenzi maggiori? «All’epoca c’era una discreta differenza culturale. La mia provincia era, per sua natura, più sonnacchiosa ma più fantasiosa e ricca di personaggi strani. Io sono sempre stato molto curioso a livello di lettura e mi sono trovato a confrontarmi con gente che aveva letto molto meno di me. Diciamo che io sapevo più cose dal punto di vista teorico, quelli di città da quello pratico».

Eppure, a un certo punto della tua vita, decidi di tornare in provincia, all’Isola d’Elba.
«È stata una decisione legata al fatto che, pur essendo nato contadino, col tempo ho sviluppato una forma di dipendenza dal mare. Ora la mattina mi sveglio, vedo le onde e sono più tranquillo. Ho trovato questo posto del quale mi sono innamorato. Vivo qui diversi mesi all’anno, ma non ho dimenticato la mia cittadina natale, Asti. Per il resto del tempo giro molto per il mondo».

Che cosa ti piace fare di più sull’isola? «Tutto e niente, nel senso che faccio le cose che fa un isolano proprio perché non mi ritengo un turista. Incontro la gente, sto in giro, organizzo cene, nuoto, prendo il sole. E scrivo».

Proprio all’Elba hai scritto il primo romanzo. La provincia fa bene all’ispirazione? «Sì, fa bene. È un posto bello dove lavorare. Però vorrei sfatare il mito dell’autore che ha bisogno del posto ideale per trovare l’ispirazione, perché in genere si scrive dappertutto. Certo, sicuramente uno ha la tendenza a farlo nei posti dove si trova meglio».

Per i tuoi personaggi è sempre stata una linea guida. «Sì, ovviamente, ma ogni lavoro riproduce in parte quello che si è e in parte quello che si vorrebbe essere. Quindi, dentro c’è anche ciò che sono io».

Nel tuo ultimo romanzo, Tre atti e due tempi, spieghi anche la differenza del concetto di tempo tra città e provincia. «Ho scritto che, in genere, la provincia è un posto dove si aspetta e la grande città invece è un posto dove si agisce. Credo che, sostanzialmente, sia questa la differenza. Nel libro, grazie al protagonista che è un uomo della mia età, ci sono i miei ricordi della provincia e la nostalgia legata al fatto che, quando l’ho vissuta ad Asti, avevo 20 anni che adesso non ho più. C’è la malinconia del tempo che continua a passare».
Il protagonista è un ex pugile che ha avuto problemi con la legge. Parli anche della sana educazione di provincia che ti ha salvato. «Mi ha salvato soprattutto l’appartenenza a una famiglia di gente normale che aveva l’onestà e l’essere perbene nel Dna. E poi l’aver praticato sport in quantità industriali: sci, pallacanestro, windsurf, atletica e 15 anni di gare in auto. Un’educazione che mi ha fatto imparare il rispetto per il corpo».

Una storia che narra anche di calcioscommesse. La cronaca ci dice che sono legate proprio alla dimensione della provincia. «Anche nel calcio di provincia c’è una forma di malinconia. Il calcio minore è quello giocato da calciatori consapevoli che non saranno mai considerati semidei come i grandi campioni. Allora, magari, è più facile lasciarsi prendere dallo sconforto e cadere vittima di determinate tentazioni. Ma il calcio di provincia è anche Del Piero che diventa una star mondiale rimanendo dentro di sé un ragazzo di paese. Questa è la cosa importante».

Delinquenza ma anche giustizia: nel 94, a Sanremo, sei arrivato secondo con una canzone dedicata ai Carabinieri di provincia. «Quel modo di essere è quello che mi è appartenuto, avrei fatto fatica a identificarmi in qualcosa di più evoluto. La cosa più difficile è stata immedesimarsi nel dolore, perché per quanto comprensibile non è mai capito fino in fondo. Mi interessava molto, come diceva Pasolini, l’uomo che c’è all’interno della divisa. La divisa rappresenta un simbolo, l’uomo invece una famiglia, un padre, dei figli».

Fine intervista. Faletti fa una domanda secca: «Ma non parliamo di moto?».«Perché mi ritengo un discreto pilota con un volante tra le mani, ma come motociclista sono meno che mediocre, non vado oltre lo scooter. Ma ho azzeccato anche questa: in provincia è perfetto, tra turisti e auto vado dappertutto».

Jul 4

L’editoriale del mese di giugno - Riders 73 di Roberto Ungaro

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La parolungaro1.pnga di questo mese è scrambler. Per definizione, si in- tende quella moto che può andare ovunque, su strada come in fuoristrada. Al di là del piacere fisico che si prova a guida- re laddove l’aderenza è precaria, condurre una scrambler è ancor prima uno stato mentale di gioia.

Sapere che non hai limiti, che     ti puoi infilare ovunque e che i cartelli «strada a fondo cieco» non diventano più una bruta e inaspettata delusione ti fa stare bene. Guidi col sorriso, senza un preci- so perché. Del resto, se si fa una riflessione, è in parte per questo motivo che oggi le endurone stradali hanno così suc- cesso. Solo che le scrambler sono infinitamente più basse, più agili, ed esteticamente sono anche meno cafone. In atesa dunque che le Case si sveglino (Ducati arriverà con il suo progeto solo dopo l’estate), ci hanno pensato ancora una volta i customizzatori a smuovere le acque (sembrano essere diventati loro l’ago della bilancia del nostro mondo).

In  ungaro2.pngquesto numero troverete non una, ma ben due proposte. Una è in copertina, e siete voi a vederla per primi perché Yamaha la presenterà ufficialmente durante il prossimo weekend a Biarritz (a Wheels and Waves, dal 12 al 15 giu- gno), l’altra invece è esclusivamente in formato kit e si com- pra in scatola di montaggio: così, se siete già possessori di una Moto Guzzi V7, sarete voi stessi a costruirvela (pagina 69). Una volta c’era il gioco del piccolo chimico, oggi c’è il piccolo customizzatore. Come cambiano le cose…

Jun 20

Project Livewire. L’Harley elettrica!

Category: Moto  Dite la vostra  

ProjectHIl marchio di Milwaukee lancia la sua prima moto elettrica con il Project Livewire e invita i clienti a provare, giudicare e costruire il futuro di questa nuova moto

Project LiveWire non è al momento in vendita, ma verrà sviluppato e pensato come piattaforma per raccogliere pareri e aspettative dei motociclisti rispetto a una Harley-Davidson elettrica. I piani a lungo termine per il lancio sul mercato saranno perciò influenzati dalle opinioni dei motociclisti che parteciperanno alla Project LiveWire Experience.

Il programma prevede un tour che partirà dalla Route 66 e visiterà più di 30 concessionarie Harley-Davidson fino alla fine dell’anno. Nel 2015 la Project LiveWire Experience proseguirà negli Stati Uniti e arriverà anche in Canada e in Europa. 

“Con Project LiveWire è come essere davanti alla prima chitarra elettrica” sono le parole di Mark-Hans Richer, Senior Vice President e Chief Marketing Officer di Harley-Davidson Motor Company, “è un’espressione di individualità e stile iconico ed è anche elettrica. Project LiveWire è un forte segnale da parte nostra, come azienda e come brand. Il sound è un elemento distintivo. Sembra un caccia che decolla da una portaerei. Il sound unico di Project LiveWire è stato pensato per differenziarlo dai motori a combustione interna e dalle altre motociclette elettriche sul mercato. La tecnologia dei veicoli elettrici sta evolvendo rapidamente e non vediamo l’ora di ricevere anche i pareri dei motociclisti. Preservare l’ambiente che visitiamo in moto è importante. Il Project LiveWire è parte del nostro sforzo per proteggere e rinnovare la libertà on the road per le future generazioni. Come azienda che ha vissuto 111 anni di successi, ci piace pensare al nostro ambiente in termini generazionali per i prossimi 111 anni”.

Maggiori info su www.projectlivewire.com e www.h-d.it.

Jun 19

SPIDI. La storia del guanto da moto.

Category: Moto  

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L’azienda che ha realizzato negli anni ‘70 i primi modelli di guanti per il motociclismo sportivo racconta con un libro fotografico la storia della nascita e dell’evoluzione del guanto da moto.

Il libro ripercorrendo la storia del guanto da moto ripercorre la storia di SPIDIIl racconto di come sicurezza e comfort siano migliorati nel tempo grazie alla ricerca, le innovazioni tecniche dei materiali e l’esperienza al fianco dei piloti dei campionati mondiali di motociclismo.

Una pubblicazione per gli appassionati che desiderano scoprire le conoscenze e le innovazioni che hanno segnato l’evoluzione del guanto, l’accessorio da moto che richiede più esperienza manifatturiera per essere confezionato. Un viaggio nel know-how e nell’eccellenza del Made in Italy che ha segnato la storia del motociclismo, e che oggi è tutto proiettata verso l’innovazione per il futuro dell’abbigliamento da moto.

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La storia di SPIDI inizia nel garage sotto casa del fondatore, Renato Dalla Grana, dove a metà anni ’70 viene allestito un laboratorio artigianale per la lavorazione della pelle. Siamo in provincia di Vicenza, il maggior distretto europeo della concia, dove si sono concentrate le migliori esperienze sartoriali legate alla pelletteria. Come per ogni grande storia imprenditoriale italiana che si rispetti, sono una straordinaria sapienza manifatturiera e una forte passione che nel 1977 danno vita a SPIDI. La passione è quella per la velocità sulle due ruote: osservando i movimenti dei piloti in pista, Dalla Grana sviluppa il prototipo del primo guanto da moto ergonomico disegnato appositamente per migliorare sicurezza e performance di guida sulle due ruote.

Nel libro viene narrato lo stretto legame tra l’evoluzione del guanto da moto e il mondo delle corse, fin dagli inizi. L’anno successivo alla sua fondazione SPIDI è già ai vertici internazionali delle gare motociclistiche con Kenny Roberts, che vince il suo primo motomondiale in classe 500cc indossando il leggendario “Speed”, il primo modello di guanto racing prodotto da SPIDI. Lo stesso modello che indosseranno anche i vincitori dei campionati successivi Freddie Spencer, Eddie Lawson e Franco Uncini.

Nicola Dalla Grana – SPIDI Ceo: “L’idea del libro nasce, quasi per caso, ricercando un vecchio campione di produzione nell’archivio aziendale. Aperti i primi cassetti, abbiamo trovato i disegni tecnici e i campioni realizzati da mio padre negli anni ’70. Ci siamo resi conto che c’era materiale sufficiente per allestire un museo. E allora ci siamo detti: perché non condividere questa storia con un libro?”

Jun 17

L’eterno secondo: Dani Pedrosa

Category: Dite la vostra  

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Dopo il Gran Premio catalano sarebbe troppo scontato scrivere di Marc Marquez e delle sue sette vittorie. Sarebbe troppo banale mettere a confronto il Valentino dell’epoca Honda con l’attuale cannibale della Motogp.

Concedeteci dunque un’analisi sul buon Dani Pedrosa.

Il ragazzo di Sabadell, zona di grissini e ciambelle catalane, di lane e di banche, nelle classi inferiori aveva impressionato tutti. Uno di quelli capaci di restare in scia agli avversari per tutta la gara prima di passarne tre in una staccata e vincere gare e mondiali.

Alberto Puig, ultimo nella classifica di simpatia, ma in testa in quanto a furbizia e lungimiranza, lo aveva adottato agonisticamente diventando per lui un mentore, un manager ed un padre. Un rapporto che ben si contrapponeva con quello di Jorge Lorenzo e Daniel Amatriain, concluso a suon di denuncie e minacce di morte.

Pedrosa giunse in Motogp con la nomea del nuovo Valentino. Del pilota che avrebbe rappresentato la fine della parabola ascendente del dottore, dello spagnolo capace di vincere titoli in classe regina e non solo nelle cilindrate minori.

Sicuramente l’arrivo di Pedrosa alla Honda ha fatto bene: dal 2006 tutti i suoi compagni di squadra hanno vinto un titolo (tranne Dovizioso). Ha vinto e sta vincendo Marquez, ha trionfato e dominato Stoner e persino il buon Hayden nel 2006 conquistò il successo (anche se Dani in Portogallo provò involontariamente a strappargli il sogno dalle mani).

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Cosa è mancato a Pedrosa? Molto a dire il vero. Perché se in alcune annate si può usare l’alibi degli infortuni, che furono molti senza dubbio, più volte il catalano ha mostrato limiti in bagarre e in staccata.

Bravissimo nel dettare il ritmo, Pedrosa ha sempre vacillato quando c’era da tirare fuori gli attributi e così gli anni sono passati, nuovi campioni sono arrivati e lui è sempre lì, con una Honda ufficiale ormai imbattibile, ma ancora privo di quello scettro iridato che insegue da 8 anni.

A Barcellona nel corso dell’ultima gara, Dani ha messo in evidenza la sua crescita caratteriale: una grinta che poche volte è stato capace di tirar fuori, ma Marquez ne ha di più, come ne aveva di più Stoner.

Ci dispiace, perché umanamente Pedrosa meriterebbe di più, ma la favola del ragazzo di Sabadell difficilmente potrà avere un lieto fine (rappresentato dal titolo mondiale).

Voi Riders cosa ne pensate? Cosa è mancato in questi anni a Pedrosa?

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Jun 16

Riders 73. La moda e la moto, quando si incontrano fanno stile

Category: Eventi Riders  Moda e stile  

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Riders lo sostiene da sempre. La moda e la moto possono andare d’accordo, basta un pizzico di passione e apertura mentale.

Ralph Lauren voleva fare un evento di moto e Blitz Motorcycles glielo ha organizzato. Ne è venuta fuori una parata lungo un anello di cento chilometri intorno alla capitale francese (con oltre duecento custom). Unica regola: niente iniezioni elettroniche, svp (s’il vous plaît)

Trovate questo servizio da pagina 80 di Riders di giugno, il numero 73, ora in edicola. Testo Nikolas Rrasbø fotografie Fabien Breuil

Jun 11

“Uomini in moto” un libro per puri Riders!

Category: #riders100motivi  

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Volete un consiglio su un libro da leggere?

Ecco questo: “Uomini in moto, racconti e cronache durante la crisi economica”

Il nuovo libro di Marcello Lo Vetere si legge come un romanzo ma racconta 11 storie vere. Riporta testimonianze di campioni del mondo della MotoGP, di piloti della Superbike ma anche le esperienze di motociclisti normali: dallo “smanettone” sempre in cerca di curve, al “tranquillo” che usa la moto per lavoro o in lunghi viaggi.

Le interviste sono il frutto di lunghi dialoghi ripetuti nel corso degli anni. I racconti dei protagonisti di ogni capitolo - registrati in occasione di incontri faccia a faccia - fanno da sfondo a un diario tra le difficoltà di questi anni legate alla crisi finanziaria. Del resto le esperienze vissute in sella possono essere viste come metafore della vita stessa: viaggiare tranquilli o correre in pista. Farsi male. Pagare, magari per colpe non tue. In ogni caso l’obiettivo di ognuno è provare a stare bene, divertirsi, vincere. Oppure guarire dopo un brutto incidente.

Jun 11

La parola del mese è: Scrambler!

Category: Anteprime di Riders  

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Ieri Ducati ha svelato come sara’ il contorno della tanto attesa Scrambler che arrivera’ solo il prossimo autunno. Un teaser che ha fatto molto parlare in questo momento di immobilismo creativo da parte delle Case. Ma c’e’ chi gioca di contropiede: Yamaha, nel prossimo we a Biarritz, svelera’ al Wheels and Waves la sua di Scrambler, realizzata da Deus Italia in formato kit su base SR400. Noi ve la anticipiamo con una grande anteprima internazionale. Abbiamo provato lei e la versione piu’ spinta, protagoniste della cover-story del numero 73 in edicola domani. Ma non finisce qui: se con la parola Scrambler le Case latitano - vedi Guzzi -,  allora ci pensano I customizer a realizzarle, perche’ il mercato ne ha sete.

E’ di Unit Garage il bellissimo kit da montare sulla V7 per trasformare la nuda di Mandello in una specie di Triumph Bonneville “all’italiana”: proprio come quel prototipo che si vide qualche tempo fa nel Web in quello scatto “non ufficiale” immortalato dagli spalti della convention  che la Casa fa tutti gli anni coi suoi dealers, ma che non e’ mai andato in produzione.

La Guzzi che non c’e', l’ha fatta un privato: e Riders numero 73 vi svela com’e’ e come va. Insomma, non fatevi scappare il prossimo numero, ne vedrete delle belle ma, soprattutto, sarete I primi a vederle. La parola del mese di giugno e’ Scrambler: tutto gira attorno a lei.

Jun 10

Riders 73. Summer scrambler time!

Category: Anteprime di Riders  

cover73Riders di giugno, il numero 73, è in arrivo. La cover story del mese è improntata su due nuove moto della scuderia Yard Built Yamaha. Sono le SR Deus400 e Lightning: la prima, protagonista del servizio di copertina, è commercializzata anche in kit, l’altra invece è una versione più estrema. Per la prima volta possono essere viste solo al Wheels & Waves di Biarritz (12-15 giugno). E su Riders. In esclusiva mondiale.

L’attacco dell’editoriale di Roberto Ungaro, direttore di Riders, anticipa il filo conduttore di giugno: “La parola di questo mese è scrambler. Per definizione, si intende quella moto che può andare ovunque, su strada come in fuoristrada. Al di là del piacere fisico che si prova a guidare laddove l’aderenza è precaria, condurre una scrambler è ancor prima uno stato mentale di gioia”

…Continua, da giovedì 12 giugno, in tutte le edicole.

Siete pronti?

May 20

Morbidelli. Genio e sregolatezza:il film

Category: Video  Storie  

FilmMorbidelli.jpgQuando le corse erano genio e sregolatezza

L’epopea della Morbidelli inizia alla fine degli anni Sessanta dalla passione di Giancarlo Morbidelli, industriale pesarese appassionato di motori: i prototipi costruiti dal suo team hanno scalato una per una tutte le classi dalla 50 alla 500, raccogliendo quattro allori con Paolo Pileri, Pier Paolo Bianchi e Mario Lega. Era il tempo in cui il motociclismo era uno sport che non consisteva solo in talento e tecnica, ma anche in rischio e sregolatezza. Intorno ai titoli iridati si sono avvicendate le imprese di Alberto Ieva, campione italiano nel 1971, di Gilberto Parlotti, scomparso in un tragico incidente al Tourist Trophy mentre guidava la classifica iridata della 125. E di quel Graziano Rossi papà di Valentino, che ha regalato alla squadra tre vittorie in 250 e l’esordio nella classe regina. Oggi la storia della Morbidelli è in un film dove, oltre ai racconti dei piloti, trovano spazio anche i ricordi dei tecnici e degli addetti ai lavori, con gli aneddoti dell’ingegner Jorg Muller, di Giancarlo Cecchini, Franco Dionigi, Fermino Fraternali e Luciano Battisti, oltre all’immancabile Giancarlo Morbidelli. Firmato da Jeffrey Zani e Matthew Gonzales, il documentario dura 83 minuti ed è disponibile a 13 euro (più spese di spedizione) sul sito morbidellifilm.com
“Sono cresciuto in una famiglia di motociclisti. Romagnoli doc, di quelli a cui piace correre, battagliare, vincere”, ricorda il regista Jeffrey Zani, collaboratore di molte riviste del settore e autore di due documentari, “il mio interesse per le moto viene dai racconti di mio padre, di mio nonno, mio zio. Li ho ascoltati per anni e anni. E quando pensavo di averli sentiti tutti, li sono andati a cercare altrove. Da altre persone. Da altri motociclisti. Il documentario Morbidelli - storie di uomini e di moto veloci nasce da questa necessità”.

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