Fine di un sogno mai realizzato
Fine del tormentone. Le mille parole hanno lasciato il posto ai fatti, anzi a un fatto. Quello che si aspettavano tutti ma che non poteva essere ufficializzato. Ora sì
Valentino Rossi lascia la Ducati e torna alla Yamaha per due anni. Ritrovando, il suo precedente amore dopo due anni di divorzio, ma anche il suo acerrimo rivale come compagno di squadra (Jorge Lorenzo). Come dire, Valentino ha provato con una affascinante amante (la Rossa) da cui era attratto per vari motivi, poi però caratterialmente non sono adati d’accordo. E torna dal suo vecchio amore, che gli ha riaperto la porta di casa.
Questo il comunicato ufficiale Ducati: «Alla fine del Campionato del Mondo MotoGP 2012 si concluderà il rapporto di collaborazione con Valentino Rossi. Ducati fa gli auguri al pilota italiano per le nuove sfide che andrà ad affrontare, continuando nel frattempo a mettere in campo tutte le sue energie per condividere un finale di stagione in crescita. Le corse fanno parte del Dna Ducati da sempre e, mai come in questo momento, sono parte integrante dello sviluppo del prodotto e del brand di Borgo Panigale, tutto questo in completo accordo con Audi, che condivide la linea strategica dell’azienda legata ad un impegno sempre più concreto e importante nelle competizioni, che dopo aver recentemente rinnovato l’accordo con il pilota americano Nicky Hayden, sta completando la definizione della squadra che gareggerà nel Campionato del Mondo 2013, certi di poter contare su team e moto in grado di competere e misurarsi ai massimi livelli».
Quale coraggio A questo punto, Riders fa una riflessione, che si traduce in un quesito. Ci voleva più coraggio a continuare in una avventura (Ducati) nata male e con mille insicurezze per il futuro… o fare un passo indietro e ritrovare sì la certezza della sua moto preferita ma… in una situazione in cui, con il fortissimo Jorge Lorenzo a fianco, non sarà facile prevalere e, in caso di sconfitta del 46, sarebbe ufficialmente decretato il suo declino. Perchè la sfida diretta è quella che non lascia scampo al perdente. Bella sfida. Bel coraggio. E bella stagione MotoGP 2013, che si prospetta, se non altro. Magari con nuove epiche sfide come quella qui a fianco…
Riders, comunque sia, fa un grande in bocca al lupo al grande Valentino auspicando un costante ritorno sui podi e, perché no, ad inanellare altri iridi.
20 commentsQuando una poesia valeva una medaglia (olimpica)
Dal tiro alla fune al salto in lungo a cavallo, fino alla scultura e alla poesia: nel passato dei Giochi Olimpici ci sono tante sorprese
Se pensate che la disciplina più esotica fra tutte quelle presenti alle Olimpiadi sia il badminton, ricredetevi in fretta: negli albori dei Giochi ci sono sport ben più strani. Dal 1900 al 1920, per esempio, si è regolarmente assegnata la medaglia d’oro nel Tiro alla Fune, specialità in cui domina la Gran Bretagna con cinque podi.
Nell’edizione di Parigi del 1900 si organizzò invece il tiro ai piccioni. Vivi e volanti. Vinse il belga Leon de Lunden con ben 21 volatili abbattuti, prima che la competizione venisse cancellata definitivamente già dall’edizione successiva. Eppure, non si tratta di certo della peggiore barbarie delle Olimpiadi: nei Giochi di St. Louis del 1904 si tennero infatti le cosiddette Giornate Antropologiche, in cui gareggiavano atleti di razze considerate “inferiori” come Pigmei, Inuit e Indiani. Un abominio che si affiancava ad altre stravaganze di quell’edizione, come il torneo di pallanuoto svoltosi in un laghetto adibito anche ad abbeveratoio per il bestiame, col risultato che diversi giocatori si ammalarono di tifo.
Fino al 1924 si è assegnata una medaglia anche nell’inquietante “100m cervo colpo doppio”, in cui però fortunatamente il cervo era una semplice sagoma di cartone fatta scivolare come bersaglio per un centinaio di metri. Sempre nel 1900 si tennero invece i singolari eventi di salto in alto e in lungo… a cavallo. Che videro peraltro sugli scudi l’italiano Gian Giorgio Trissino, oro nell’alto (1,85 metri) e argento nel lungo (5,70 metri), in entrambi i casi in sella ad “Oreste”.
Tra gli sport che sono stati discipline olimpiche in passato c’è di tutto, da quelli più o meno noti come il cricket, il rugby e la pelota basca fino a quelli più improbabili come l’arrampicamento su corda, prova finale del programma di ginnastica, e un bizzarro antesignano del tennis, la pallacorda.
Il premio dell’assurdo lo vincono però a mani basse le competizione artistiche (!), parte del programma Olimpico fino al 1952. Le categorie erano architettura, letteratura, scultura, musica e pittura, con diverse medaglie assegnate in discipline speciali come la pianificazione urbanistica. Queste medaglie non sono tuttavia mai state calcolate ufficialmente dal CIO, il Comitato Olimpico Internazionale; peccato perché gli Italiani si sono sempre ben difesi. L’unico a vincere due ori in due edizioni diverse è stato il lussemburghese Jean Jacoby, nel 1924 e nel 1928 per la pittura: il disegno raffigurato in questa pagina è quello che gli valse l’Oro nel 1928. Anche il barone francese Pierre de Coubertin, il papà delle Olimpiadi moderne, ha vinto un oro, nella poesia. Lo ottenne nel 1912 con il sonetto “Ode allo sport”, ma fedele al suo motto sull’importanza del partecipare più che del vincere, non venne mai premiato: presentò infatti la composizione sotto pseudonimo.
Jacopo Prisco
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