Dec 27

Corse su strada: veri Riders o “solo” incoscienti?

Macau1Completamente fuori tempo e luogo, mi getto a capofitto in una riflessione: a mandarmi in subbuglio sono state queste foto di gara “lievemente” impressionanti riferite al GP di Macau 2007, una delle corse stradali che fanno eco al celeberrimo Tourist Trophy dell’Isola di Man.

Sono stato più volte sull’Isola di Man: stregato dall’atmosfera, dai fiumi di moto che prendono d’assalto (più o meno civilmente) l’isola… Ma più che altro sconvolto nell’assistere dal vivo alle corse. Ragazzi, quelli si fanno 60 chilometri di giro (tra centri abitati e strade montane più o meno scorrevoli) a oltre 200 di media!

Macao_2Mi chiedo e chiedo ai Riders… Se ciò che alimenta questi piloti è un coraggio bastardo (ma ponderato) o, semplicemente, incoscienza allo stato puro? L’altra cosa a cui ho pensato è che se una volta i piloti del motomondiale (anche quelli blasonati, Giacomo Agostini in primis) si cimentavano in queste corse, mentre ora tendono e evitarle… Qualcosa vorrà pur significare. Sono cambiati i tempi e i piloti? Oggi sono meno coraggiosi? Eppure non sono proprio dei fifoni quelli che spingono a limite le Superbike o le MotoGP. Tra gli ultimi “nomi noti” che si sono cimentati al TT mi risulta sia un certo Carl Fogarty. Un nome, una garanzia in quanto a coraggio. Di certo c’è che in un secolo tondo di storia, il Tourist Trophy ha fatto qualche centinaio di vittime… Seppur vero che non si trattava di soldati mandati al fronte ma di piloti che sceglievano (si presume consci del rischio) di partecipare a questo tipo di competizione.

Rimane il fatto che a me, questi piloti, affascinano di brutto. Il resto lo raccontano gli scatti ispiratori di questi pensieri.

Nell’attesa di vostri pareri in merito…

Cék

12 commenti

  1. genesio December 27th, 2007 6:14 pm

    Penso che quello che spinge alcuni piloti a partecipare a queste gare sia un mix tra quello che hai citato, coraggio allo stato puro, incoscienza, e quella sensazione di invulnerabilità che ogni tanto prende anche noi comuni mortali. Probabilmente molti piloti, vedi MotoGP e SBK, fanno della loro passione un lavoro che gli serve per vivere e prepararsi un futuro dorato, a volte anche a scapito dei loro risultati durante la carriera, abbiamo tanti esempi di piloti che hanno seguito più l’ingaggio che i risultati. D’altra parte se guadagnano già abbastanza così perchè andare a rischiare in manifestazioni dove è risaputo che anche gli ingaggi sono di molto inferiori a quelli dei campionati mondiali? Forse è un’evoluzione naturale, se danno la possibilità ad un pilota di TT di correre da ufficiale nel mondiale SBK, a parte qualche raro caso di follia allo stato puro, questo farà poi fatica a tornare indietro e rischiare di più per guadagnare meno. Comunque io questi scriteriati li ammiro,li stimo e vorrei essere al loro posto almeno una volta. Ciao a tutti…e continuate a provarci!

  2. Mr.Cape December 27th, 2007 7:34 pm

    Per dirla alla dottor Costa, siamo di fronte a:”moderni cavalieri, eroi dal cuore d’oro, pazzi per la moto sempre, comunque e dovunque.”
    Piloti, ma prima di tutto uomini, dotati di adrenalina a palate per stare sempre vigili, cervello veloce per valutare il rischio ad ogni istante, e polso destro pesante per gustarsi in pieno l’emozione.
    Questa è passione, questa è vita. Il pericolo fa parte del gioco. Dentro al petto di queste moderne leggende batte un cuore da Riders. Sempre, comunque e dovunque.

  3. Yaya December 28th, 2007 10:25 am

    Affascinante leggere queste cose Cèk… Soprattutto perchè in libreria proprio un mesetto fa mi è caduto l’occhio su un certo libro “Ti porterò a Bray Hill”di Roberto Patrignani(non so come mi sono ritrovata nella sezione motori, forse perchè da ignorante in materia “moto”,mi sto un po’autoistruendo come posso…) coincidenza? Ho letto le prime 3 pagine lì in libreria(lo so ke non si fa ma mica potevo acquistare a scatola chiusa,no?) e… ho dovuto comprarlo per sapere come va a finire… adesso me lo sto gustando pian piano, qualche paginetta la sera! Bello, mi piace!!!
    Mi piacerebbe andarci una volta, giusto per vedere com’è dal vivo, magari con qualcuno che mi spieghi tuttissimo di questa folle corsa…
    Sempre grande Cèk per i tuoi spunti di riflessione!

  4. Rommy December 28th, 2007 7:47 pm

    Q8 in pieno quello già detto, ma credo che determinante per il mio parere sia il “fattore adrenalina”, che una volta scatenata diventa per certe persone un “sana droga”, facendoli diventare incoscienti non curanti del pericolo e della salvaguardia del valore più importante che è la vita….poi pensi sempre che se deve succedere non capiti a te.
    In questo caso adrenalina da scatenare su 2 meravigliose e potenti ruote.
    A me sulla mia Therapy ,(nome della mia meravigliosa Shadow750) mi si scatena invece della “sana valeriana” visto che è tutto l’incontrario della potenza ed è per questo che l’amo.

  5. umberto December 28th, 2007 9:45 pm

    Penso che sia normale che un pilota come ogni altra persona una volta assaggiata la pista ci pensi 2 volte a spalancare la manetta in strada. in pista se cadi ci sono gli spazi di fuga, per strada se ti va bene vai a fermarti contro qualche ostacolo, con conseguenze immaginabili, e questo lo sanno beneissimo anche loro. Normalmente i piloti che corrono il TT sono piloti agli esordi.
    comunque sono gare stupende a cui non sono mai riuscito ad andarci e spero un giorno di riuscirci…….umby

  6. Cékoz December 29th, 2007 2:16 pm

    Rommy, sai che nella tua frase “poi pensi sempre che se deve succedere non capiti a te” pare sia racchiuso grande parte dello spirito che anima i piloti professionisti fino a quando sono in attività? Qualche tempo fa, durante una serata in occasione di un evento di beneficenza mi sono trovato a tavola col mitico Dottor Costa (Bravo e Appassionato quanto Fulminato) e mi parlava proprio di questo concetto.

    Ovvero che chi fa sport motoristici di velocità, pur essendo conscio della pericolosità delle corse, si crea una specie di autoconvincimento che a se stesso, l’incidente grave non possa succedere. Una specie di auto invulnerabilità che ci si crea inconsciamente e che fornisce il coraggio e la sfrontatezza di tirare vicino al limite (e in certi contesti di gara anche oltre).

    In pratica, chi corre convince se stesso che non gli capiterà nulla di grave. Al massimo una scivolata. Altrimenti, non ci si spiegherebbe come, subito pochissimo tempo passato da un brutto incidente a un altro pilota in cui magri si è assisitito in diretta a 3 metri dalla carenatura dello sfortunato… Si possa riprendere la concentrazione necessaria a mantenere il ritmo di gara necessario per la prestazione.

    Non sono dei marziani o dei pazzi: bensì gente che ha indubbie doti e predisposizione alla guida veloce, unitamente a una grandissima sensibilità (beh, quella non proprio tutti ce l’hanno così spiccata) che, abituati a convivere con il rischio sin dalla tenera età. Non bisogna pensare che i piloti non abbiano paura: lo spavento se lo prendono eccome, soltanto che sono abituati a metabolizzarlo in pochi secondi. Diciamo che hanno una paura razionale e più o meno sotto controllo.

    Nel momento in cui queste sensazioni iniziano a influenzare il tempo sul giro… E’ il segnale che bisogna smettere di correre. Almeno sul fronte agonistico professionistico. Questo momento può avvenire a età estremamente variabile e in contesti più o meno previsti. Tipo per alcuni quando nasce un figlio oppure quando si vede davvero la morte in faccia. Ma non succede a tutti. Bayliss, ad esempio ha figli ma non pregiudicano le sue performance. Locatelli ha assaggiato un muro a 200 all’ora ma ha ancora voglia di buttarsi nella mischia…

    Ciao!

  7. Rommy December 30th, 2007 2:29 pm

    Grande Costa è un mito! Mi si rafforza il concetto espresso,bè forse nel piccolo Cékoz, è quello che ci diciamo ogni giorno al nostro inconscio anche noi motociclisti da strada.
    La pista e la velocità sono un gran bel mix di pericolo, ma la città al mattino mentre tutti vanno a lavorare forse lo è altrettanto….uhm…forse anche nel pomeriggio!!

  8. Cékoz December 30th, 2007 7:49 pm

    Sotto certi punti di vista, lo è ancora di più pericolosa la città, rispetto alla pista… Caro Rommy, talvolta molto di più, perchè in pista i rischi sono (più o meno) calcolati e poi si è sempre equipaggiati a dovere, non ci sono infissi su cui sbattere (o non dovrebbero esserci).

    Mentre in strada, a parte le nostre capacità di guida e il senso del pericolo che abbiamo… Consegnamo la nostra incolumità (anche) al prossimo… E non sempre ne ha molto riguardo…

    Comunque hai ragione, i motociclisti sportivi sono simili, sotto questo punto di vista. Ma in genere i pistaioli quando circolano su strada, sono più prudenti.
    Anzi, hanno proprio più paura. Sembra strano ma è così.

    A me capita, dopo qualche giorno consecutivo passato in circuiti per i test del giornale o per i corsi di guida, nel momento in cui torno in strada per semplici trasferimenti o commissioni di sentirmi un po’ impacciato, quasi imbranato… Mi si eleva la sensazione di pericolo. Mi sembra di avere meno la situazione sotto controllo. Come se non dipendesse tutto solo da me…

    E infatti è proprio così; non sono solo io a guidare la moto, ci sono gli altri che con il loro comportamento possono mettermi in pericolo oltre alla mia guida.

    Ciao!

  9. maleducatirieti December 31st, 2007 2:46 pm

    veri riders!!!!

  10. Rommy January 1st, 2008 6:23 pm

    Q8 in pieno,ci si potrebbe aprire uno o due dibattiti:
    1)Follie sulla strada.
    2)Centriamo il motociclista per forza.
    Quanti, ed è anche già stato argomento di altro forum, hanno assistito a comportamenti che hanno rischiato o causato incidenti.
    Si parla spesso della “presunta maleducazione” del moticiclista ma molto meno delle manovre prive di logica a cui spesso si assiste:inversioni a U improvvise;imissione nella careggiata fregandosene di chi arriva (capitato a me sabato senza conseguenze); ecc…
    In effetti occorre sempre pensare, o perlomeno io faccio così appena imbocco la strada, che sei in una giungla dove tu sei il bersaglio e l’altro iun qualsiasi momento può effettuare una manovra per realizzare il punto 2 sopra!

  11. Diego D January 2nd, 2008 2:24 pm

    Secondo me il “motore” che spinge a certe imprese è una sorta di gara latente tra determinati individui (evidentemente più predisposti) e il senso del limite. Secondo me è un processo simile a quello che si innesca per tutte le imprese ad alto rischio (spedizioni artiche, scalate off-limits, etc etc). In tutti questi casi, la possibilità che capiti qualcosa di brutto, l’imprevisto, è un ingrediente imprescindibile e di cui si è perfettamente consci. Chi pratica certe attività, credo, non lo fa perché si sente invulnerabile, ma perché aspira ad un confronto con l’estremo, che nasce dal desiderio di confrontarsi col limite e (possibilmente) superarlo. Credo che sia (anche) uno dei modi più efficaci per esorcizzare una delle nostre paure più ancestrali.
    Magari sbaglio, ma rispetto a chi partecipa a gare come un TT, per chi corre in pista credo che tutto questo, anche se presente, sia grandemente barattato con un prevalente desiderio di agonismo (nei confronti degli altri, quindi, e non di sé stessi).

    A conclusione di tutto il polpettone che scritto, caro Cék, sappi che ti invidio molto. Assistere al TT (e per diverse volte) dev’essere un vero spasso :-)
    (pensa che mi gaso solo ad assistere alla cronoscalata che fanno ogni anno sulle svolte di Popoli -per la cronaca, un percorso che è anche una delle migliori occasioni per sbarazzarsi dei pirulini sotto le pedane della propria moto nel giro di pochi chilometri ;-) -)

    Ciao D

  12. Diego D January 2nd, 2008 2:30 pm

    A scanso d’equivoci, sopra intendevo dire “di tutto il polepttone che HO scritto” :-)

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